Francesca Perica

Non dirmi “Bravo!” – Modi per incoraggiare e motivare il nostro bambino in maniera efficace

 

 

Sono ormai moltissimi gli articoli e i libri che spiegano i pericoli insiti nell’utilizzo delle punizioni, della sculacciata e persino del cosiddetto “Time out“.

Molto più difficile è, invece, trovare una attenta riflessione sull’utilizzo di quello che in psicologia viene definito il rinforzo positivo. Il “Bravo!” ne è un esempio.

Sia chiaro: l’intento di questo articolo non è quello di mettere in discussione l’importanza di incoraggiare e sostenere i bambini, anzi. Essi necessitano amore e supporto tanto quanto l’aria che respirano.

Il problema è costituito, piuttosto, dalle lodi incondizionate e dalla manipolazione spesso sottesa ad esse.

Vediamo perché.

 

Perché le lodi non accrescono l’autostima

 

Quando ci relazioniamo con un bambino dicendogli “Bravo!“, chiaramente lo facciamo carichi di propositi positivi. In particolare, lo facciamo perché ci è stato detto che gratificare verbalmente con frequenza il bambino lo aiuta a sviluppare la sua autostima.

Questa convinzione, apparentemente innocua, è però errata e persino potenzialmente dannosa.

L’autostima infatti è un processo soggettivo che porta la persona “a valutare e apprezzare se stessa tramite l’autoapprovazione del proprio valore personale fondato su autopercezioni“*.

Questo significa che l’autostima non è qualcosa che si crea semplicemente ricevendo lodi dall’esterno, bensì un processo complesso, che ha origine nell’interiorità di ognuno e che si struttura giorno dopo giorno sulla base delle esperienze compiute e della loro rielaborazione.

Certo, l’autostima può e dovrebbe essere promossa dagli adulti di riferimento, ma non attraverso la lode incondizionata. Un bambino lodato per qualsiasi cosa, anche quando non ve n’è ragione, diventerà probabilmente un adolescente non in grado di sopportare la minima frustrazione e un adulto incapace di gestire la realtà della vita, alla continua ricerca di conferme esterne.

Il bambino, piuttosto, può essere aiutato a sviluppare la propria autostima mettendo l’accento sui processi da lui compiuti, invece che sui prodotti realizzati.

Liquidare un bambino che ci mostra il suo disegno con un “Bravo!” non lo aiuterà ad crescere sicuro di sé. Molto più utile sarà invece soffermarci con lui nell’analisi dei processi compiuti: “Devi esserti concentrato molto per fare questo disegno. Ti è piaciuto farlo? Ti va di raccontarmi cos’è?

Un intervento di questo tipo infatti stimola da parte del bambino una riflessione sulle proprie azioni e scelte, e lo aiuta ad esprimere una sua valutazione del proprio operato, invece di renderlo dipendente da ciò che l’adulto pensa e crede riguardo a ciò che fa.

 

Tinystep

 

Più incondizionatamente e immotivatamente lo lodiamo, più rischiamo che egli sia dipendente dalle nostre  valutazioni e decisioni circa ciò che è bene e ciò che è male, anziché imparare a formulare i suoi propri giudizi.

Dunque, anche se l’intento con cui lodiamo il bambino è quello di esprimere la nostra gioia per quello che ha fatto, prestiamo attenzione a valorizzare maggiormente la sua capacità di autovalutazione.

 

Una sottile manipolazione

 

Oltre che essere poco efficace sul piano dell’autostima, il “Bravo!” nasconde a volte una sottile forma di manipolazione.

Immaginiamo insieme una situazione classica in cui ciò avviene.

 

Donnaclick

 

Mamma e bambino di due anni sono seduti a tavola. Il bambino finisce quello che ha nel piatto e la mamma subito esclama “Che bravo bambino!“.

Cosa è appena successo? Invece di limitarsi ad una considerazione oggettiva della situazione, la mamma ha espresso un giudizio sulla persona.

Si tratta di una differenza molto sottile, eppure di grande importanza. In questo caso, infatti, il bravo ha una funzione strumentale: ti dico bravo per rafforzare un comportamento che io adulto ritengo corretto (per le ragioni più svariate: perché mi rende le cose più semplici, perché non mi affatica fisicamente/mentalmente…).

In questo caso dunque, la lode, esattamente come la punizione, ha lo scopo di ottenere che il bambino agisca come l’adulto desidera. Una sorta di pillola indorata.

È un sistema che funziona, in effetti. Questo perché il bambino ha una vera e propria fame di approvazione. Essere apprezzati, essere riconosciuti, è necessario alla stessa esistenza.

Egli desidera intensamente che l’adulto lo ami e proprio per questo motivo si sforza di compiacerlo.

Ma è davvero questo che vogliamo dai nostri figli?

Vogliamo davvero trasmettere loro il messaggio che sono “Bravi” solo quando ci compiacciono, quando si comportano come noi vorremmo?

 

Cosa fare, allora?

 

Perdere l’abitudine di utilizzare in maniera incondizionata o inopportuna il “Bravo!” non è semplice.

Posto che si tratta di una abitudine radicata e quindi difficile da rompere, è importante capire che per riuscirci sono necessari consapevolezza e tanto esercizio.

La prossima volta che state per servirvene, fermatevi un momento a riflettere e ponetevi una domanda: perché sto per dire “Bravo“? Cosa voglio comunicare al mio bambino?

Se per esempio volete congratularvi per lui per un progresso raggiunto, esprimetelo chiaramente: “Hai costruito tutta la torre da solo dopo averci provato tanto! È davvero alta! Devi esserti impegnato molto vero?

 

toyreviewexperts.com

 

A differenza della lode sulla persona questo tipo di intervento, di natura descrittiva, aiuterà il bambino a spostare l’attenzione dal giudizio altrui su di sé, alle proprie azioni e alle loro conseguenze.

È da ciò che egli trarrà soddisfazione e gratificazione, vera molla dell’autostima.

 

In conclusione

 

Mi sento così condannata dalle tue parole,
mi sento giudicata e allontanata,
prima ancora di aver capito bene.
Era questo che intendevi dire?”

 

Nella sua poesia Ruth Bebermeyer afferma che “le parole possono essere finestre oppure muri“.

Sta all’adulto prestare la dovuta attenzione al modo in cui si relaziona col proprio bambino, facendo sì che la comunicazione tra loro sia davvero attenta, propositiva e orientata alla relazione.

In un rapporto fondato sull’amore incondizionato infatti, la lode è addirittura superflua.

 

 

Per approfondire il tema delle lodi, dell’amore incondizionato e della comunicazione non violenta:

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

* Wikipedia

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Come realizzare un armadio a misura di bambino

 

 

Nel Metodo Montessori viene data molta importanza all’autonomia del bambino. Attraverso una attenta e pensata preparazione dell’ambiente, si offre anche ai più piccoli la possibilità di fare da soli, di prendersi cura dell’ambiente e della propria persona.

Faccio io!”: è una delle frasi preferite dei più piccini. Facendo da soli infatti essi affermano la propria persona e sviluppano le proprie competenze operative e cognitive. L’adulto consapevole deve essere in grado di accogliere questo bisogno di autonomia, agevolando lo svolgimento delle attività che il bambino può effettivamente compiere da sé con un piccolo aiuto.

Una di queste attività riguarda il vestiario. Bastano infatti pochi accorgimenti per creare un armadio a misura di bambino, in perfetto stile montessoriano. In questo modo il bambino può accedere autonomamente ai propri vestiti nelle routine quotidiane, prendendoli e riponendoli, inoltre può godere di una camera a misura di bambino, ordinata ed esteticamente attraente.

 

Come creare un armadio a misura di bambino

 

Creare un armadio a misura di bambino è molto più semplice di quanto si possa pensare e non richiede nemmeno grandi investimenti. Saranno sufficienti un po’ di voglia di mettersi in gioco e pochi strumenti.

Partiamo dalla struttura.

 

This merry Montessori

 

Se avete una vecchia credenza o cassettiera che non sapete come utilizzare, beh, questo è il momento di servirvene! In caso contrario potrete procurarvi una struttura nuova a prezzi molto accessibili, come queste:

 

Sulla base della modalità di organizzazione dei capi che sceglierete, potrete giocare con i ripiani, lasciandoli oppure eliminandoli. Il mio consiglio è di pensare ad uno spazio per appendere i vestiti e ad uno per organizzare pantaloni e biancheria varia.

 

Mommo Design

 

Per appendere i vestiti è sufficiente inserire nella struttura una barra estensibile, come queste:

 

 

In questo modo sarà facile per il bambino accedere ai propri vestiti prelevando o posizionando autonomamente le grucce sulla barra appendiabiti.

Per biancheria, pantaloni o magliette possiamo invece pensare a dei contenitori, come questi:

 

 

Ponendo sui contenitori delle foto o immagini del contenuto, faremo sì che il bambino sia in grado di trovare da solo il capo che cerca, senza che i vestiti restino esposti alla polvere. Potremo inoltre coinvolgerlo nell’attività di riordino dei vestiti piegati, che diverrà così un vero e proprio gioco!

 

The Kavanaugh Report

 

 

In conclusione

 

Creare uno spazio apposito per i vestiti che incentivi l’autonomia rende il bambino più coinvolto nelle procedure di vestizione/svestizione, spesso altrimenti difficili.

Il bambino desidera fare da sé e con questo tipo di organizzazione lo aiutiamo a fare proprio ciò, consentendogli di esprimere le proprie preferenze ed esercitare le proprie abilità.

Non mi resta che augurarvi buon lavoro!

 

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I pericoli del Deficit di Natura

 

 

In casa, in automobile, nelle scuole, nei centri commerciali: se ci facciamo caso, noteremo che i nostri bambini sono quasi sempre rinchiusi in ambienti chiusi. Essi, semplicemente, non sono più abituati a vivere e giocare all’aria aperta.

Secondo l’autore americano Richard Louv, fondatore del Children and Nature Network, le nuove generazioni sono afflitte da un vero e proprio “deficit da natura“: gli elementi naturali sono per la maggior parte dei bambini praticamente ignoti. Questo perché essi trascorrono il loro tempo prevalentemente davanti a uno schermo già in età prescolare.

Per ragioni diverse (impegni lavorativi, mancanza di risorse naturali in città, paura del traffico, problemi di tempo, iperprotezione…) i genitori tendono a tenere maggiormente i bambini in casa, invece di incentivare le attività all’aperto.

La ricerca Natural Childhood, condotta da Stephen Moss, mette in evidenza come, rispetto agli anni Settanta del secolo scorso, vi sia stata una riduzione dei giochi all’aperto pari al 90%!

 

Yahoo

 

Secondo Luov e numerosi altri esperti, la mancanza di natura ha delle conseguenze molto gravi sulla salute psicofisica di bambini ed adolescenti.

A livello fisico, la vita sedentaria e passiva condotta dalle nuove generazioni rischia di condurre a problematiche quali il sovrappeso, la carenza di vitamina D (di centrale importanza per il metabolismo osseo: la sua carenza infatti può portare a rachitismo, osteomalacia e  osteoporosi!), l’indebolimento del sistema immunitario e perfino un minore sviluppo della coordinazione motoria, dell’equilibrio e della forza.

Rincorrersi, fare le capriole, saltare la corda, andare in bicicletta… sono tutte attività che favoriscono indirettamente uno sviluppo corporeo armonico e incrementano la forza e la resistenza.

Ma oltre alle conseguenze fisiche, altrettanto gravi sono le problematiche psicologiche: sempre più di frequente i bambini soffrono di stress, ansia, irritabilità, problemi di concentrazione. Gli ambienti digitali e tecnologici deprivano la loro curiosità e creatività. Essi sono sempre meno in grado di assumersi rischi e mettersi alla prova.

Ovunque fioccano diagnosi di deficit di attenzione e/o iperattività (ADHD – Attention Deficit Hyperactivity Disorder) ma pochi si interrogano sulla necessità dei bambini in crescita di compensare il tempo trascorso in ambienti chiusi ed artificiali con altrettanto in natura, liberi di muoversi, di socializzare, di esplorare, di inventare ed acquisire fiducia in sé stessi.

 

Quali soluzioni, allora?

 

Chiaramente, l’urgenza per gli adulti è quella di fare il possibile per ristabilire un collegamento con la natura (non solo per i più piccoli, ma anche per noi!).

Certamente in città le possibilità saranno inferiori, ma in tal caso la parola chiave dovrà essere “organizzazione“.

Stabilite le giuste priorità, ritagliate del tempo di qualità da trascorrere all’aperto. Ad esempio, potete organizzare un picnic al parco, un weekend presso una fattoria didattica, oppure iscrivere i più piccoli in Agrinidi, Agriasili o Scuole nel bosco!

 

Pinterest

 

Nel momento in cui vorrete regalare qualcosa ai vostri bambini poi, non buttatevi su Playstation o videogiochi, ma preferite ad essi attività che incoraggino l’esercizio fisico e/o che possano essere usate in natura:

 

 

Infine, non abbiate paura di portare fuori i vostri bambini. Spesso non ci rendiamo conto di quanto certi atteggiamenti iperprotettivi limitino il gioco libero dei nostri bambini e, con esso, le loro opportunità di crescita (“Non bagnarti!“, “Attento a non sporcarti“, “Così sudi!”…).

Come affermava Robert Baden-Powell (padre dello scoutismo): “Non esiste buono o cattivo tempo, ma solo buono o cattivo equipaggiamento“.

 

 

In conclusione

 

Vivere all’aperto non può che far star bene i nostri bambini. Il loro sviluppo psico-fisico ne gioverebbe incredibilmente, risultando più armonico e più sano. Certo, molto bisogna fare ancora affinché le nostre città siano davvero vivibili dal punto di vista naturale. Iniziamo però a compiere dei piccoli passi: una passeggiata al parco, dei piccoli animali di cui prendersi cura, un piccolo orto sul balcone, una gita in campagna.

Non neghiamo ai nostri bambini la gioia di giocare con la terra, arrampicarsi su di un albero, correre sotto la pioggia o perdersi con la mente guardando un cielo stellato.

Restituiamoli alla natura.

 

PBS

 

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Il Time Out – perché non rappresenta uno strumento di disciplina efficace

 

 

Ora basta! Vai nella tua stanza e rifletti su quello che hai fatto!

 

È sufficiente questa frase per riassumere funzionamento e scopo presunto del cosiddetto “Time Out“.

Questo strumento disciplinare inizia a svilupparsi a partire dagli anni Sessanta del Novecento come alternativa più efficace alle violente punizioni corporali.

Invece di sculacciarlo, i genitori impongono al bambino di allontanarsi dalla situazione critica (andando in camera o sulla famigerata sedia di fronte al muro) e rimanere da solo per un po’ a riflettere su quanto fatto, per poter così riprendere il controllo di sé stesso.

Apparentemente sembra essere un metodo efficace: la sculacciata viene bandita e la situazione problematica superata.

Ma siamo davvero certi che il Time Out sia uno strumento di disciplina efficace?

Ebbene, i più recenti studi sullo sviluppo cerebrale infantile dicono di no.

Vediamo insieme perché questa tecnica non consente di raggiungere pienamente obiettivi disciplinari adeguati e come invece intervenire utilizzando tecniche più dolci, efficaci e rispettose.

 

Perché il Time Out non funziona

 

Pinterest

 

Torniamo a riflettere sullo scopo che il Time Out si prefissa:  esso dovrebbe essere quello di aiutare il bambino a recuperare la calma e, contestualmente, riflettere sulle proprie azioni.

Ebbene, potete essere certi che difficilmente il vostro bambino impiegherà quei minuti di isolamento per fare ciò.

Chi ha fatto esperienza di questa tecnica, soprattutto con i bambini più piccoli, sa bene che esso produce il più delle volte esattamente l’effetto opposto.

Il bambino posto in isolamento forzato, infatti, accresce la propria rabbia e il sentimento di frustrazione, divenendo, paradossalmente, ancor meno in grado di riflettere sulle proprie azioni che in principio.

Può accadere che, sul momento, il bambino si sforzi di contenersi per uscire dalla situazione di solitudine, dando così l’impressione al genitore di aver raggiunto il proprio obiettivo disciplinare. È ampiamente probabile però che in quei minuti all’angoletto egli non abbia riflettuto sulle azioni compiute, quanto piuttosto pensato a quanto sia stato cattivo il genitore a metterlo in “punizione” lì da solo.

Ecco il vero punto di debolezza del Time Out: l’isolamento.

Il bambino, soprattutto nei primi anni di vita, ha un profondo bisogno relazionale.

A questo va aggiunto che il suo sistema nervoso è ancora in via di formazione e definizione, per cui egli non è ancora in grado di riconoscere, regolare ed esprimere il complesso delle proprie emozioni, soprattutto quando esse sono particolarmente intense.

Può dunque capitare che un evento per noi particolarmente insignificante (ad esempio la fine del succo di frutta) possa generare una reazione apparentemente esagerata da parte del bambino, che però non è altro che il suo miglior tentativo di comunicarci la sua delusione e la tristezza.

Di fronte a tale comportamento noi possiamo decidere di ricorrere al Time Out, costringendo il nostro bambino a starsene da solo a riflettere, ma così facendo rischiamo solo di fargli sperimentare un profondo senso di abbandono proprio nel momento in cui egli avrebbe più bisogno del nostro aiuto.

Vorrei qui citare Daniel Siegel, docente di Psichiatria presso la University of California School of Medicine di Los Angeles:

 

Se la costringiamo a starsene seduta da sola a riflettere potremmo anche comunicarle indirettamente il messaggio che non vogliamo stare con lei quando ‘si comporta male’. Un genitore non dovrebbe comunicare il messaggio che starà con i figli e darà loro amore e affetto solo quando ‘fanno i bravi’ o sono di buon umore.

Accetteremmo, noi, di stare in un rapporto come questo?”

 

Quali alternative, allora, al Time Out?

 

prisyrh.wordpress.com

 

 

Ignorare un bambino che ha perso il controllo di sé, ponendolo in isolamento, è dunque altamente inefficace oltre che dannoso.

Dobbiamo sforzarci di comprendere che un bambino in questo stato sta soffrendo, e molto: in queste situazioni infatti entra in circolo il cortisolo, conosciuto anche come “ormone dello stress”, che influisce in maniera molto negativa sul suo stato psicofisico.

 

Proviamo a pensare all’ultima volta che ci siamo sentiti davvero tristi oppure arrabbiati o agitati. Come ci saremmo sentiti se una persona cara ci avesse detto: ‘Devi calmarti’ oppure ‘Stai da solo finché non ti sarai calmato e non sarai di nuovo simpatico e di buon umore’?

Non è forse vero che risposte come queste ci avrebbero fatto stare ancor peggio?

Eppure sono proprio le frasi che diciamo in continuazione ai nostri figli. Ma, così facendo, in realtà intensifichiamo il loro malessere, e questo li porta ad agire ancor più impulsivamente.”

Daniel Siegel

 

La risposta a questo tipo di situazioni, quindi, non deve essere l’isolamento ma la connessione.

Certo, ciò non sempre è semplice. Ci sono momenti in cui anche noi adulti siamo stanchi o stressati e accogliere la ribellione o la rabbia del nostro bambino risulta davvero impegnativo.

Tuttavia se si vuole davvero strutturare un rapporto parentale improntato al rispetto e volto a favorire contestualmente disciplina attiva e relazione, è nostro compito fare il possibile per compiere quello sforzo in più.

Al Time Out, quindi, dovremmo sostituire una sorta di Time In: sediamoci con lui e, prima di ogni altra cosa, compiamo un tentativo di connessione. Non è possibile, infatti, trasmettere alcun insegnamento fino a quando il bambino non ha recuperato il controllo delle proprie emozioni. Per questo risulta assolutamente inutile metterci lì a “fargli la predica”.

Spesso, invece, è sufficiente una presenza discreta o un contatto amorevole, accompagnati da tanta empatia (sia a livello verbale che non).

Cerchiamo di comprendere la ragione celata dietro quel comportamento (che non è un “capriccio“!) e dimostriamo al nostro bambino che può ricevere da noi ascolto e sostegno.

Solo quando ciò sarà stato fatto sarà possibile sostenere il bambino nel guardarsi dentro, analizzando la situazione insieme a noi, con il nostro aiuto.

In questo modo porremo dei limiti al comportamento del bambino, ma lo aiuteremo anche ad individuare un collegamento tra tale comportamento e le possibili soluzioni, rendendolo in grado di capire come sistemare le cose.

Ancor più importante, però, è il fatto che gli trasmetteremo un messaggio fondamentale: “Io sono qui con te“.

 

In conclusione

 

Nelle relazioni con i bambini non esistono formule o ricette magiche.

Questo approccio dolce e rispettoso alla disciplina ha come scopo quello di crescere individui sicuri e autonomi attraverso una relazione sana e accogliente, fondata sull’amore incondizionato.

Attuare un approccio di questo tipo non è sempre semplice. Si compiono sbagli: a volte di più a volte di meno, ma si compiono.

Di una cosa possiamo però essere certi: più saremo in grado di rispondere al nostro bambino in maniera empatica, accogliente e aperta, migliore sarà il nostro rapporto con lui e la solidità del nostro legame.

Concludo consigliandovi alcuni testi stupendi per approfondire la disciplina dolce e le nuove strategie rispondenti ai più recenti studi sul neurosviluppo infantile.

Buona lettura!

 

 

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Montessori e le Neuroscienze: l’importanza dei primi 3 anni di vita

 

Per aiutare un bambino, dobbiamo fornirgli un ambiente

che gli consenta di svilupparsi liberamente”

 

Maria Montessori

 

Maria Montessori è stata a tutti gli effetti una pioniera nel settore educativo. Grazie alle sue osservazioni e ai suoi studi è stata in grado non solo di rivoluzionare le pratiche vigenti, ma di modificare la visione stessa del bambino. Continua a leggere

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Il mondo di Eric Carle: capolavori per grandi e piccini

 

 

Una notte, su una foglia illuminata dalla luna, c’era un piccolo uovo.

Ma una Domenica mattina, quando si levò il sole, caldo e splendente, dall’uovo “Crac!” uscì un piccolo bruco affamato…

Subito si mise in cammino alla ricerca di cibo…

 

Il piccolo Bruco Maisazio è uno dei racconti per bambini più conosciuti al mondo. Eric Carle l’ha scritto nel 1969 e ad oggi esso è stato tradotto in 62 lingue, vendendo oltre 46 milioni di copie.

Dopo il successo di questo stupendo racconto, Eric Carle ha scritto e illustrato oltre 70 libri per l’infanzia, veri e propri capolavori della letteratura per l’infanzia.

Per illustrare le sue storie Carle si serve della tecnica del collage: tagliando e sovrapponendo segmenti di carta da lui dipinta a mano, egli dà vita ad immagini luminose ed attraenti.

Al centro delle sue storie troviamo il mondo della natura e i suoi abitanti. Leggendole il bambino sazia il suo bisogno di conoscenza del mondo circostante:

 

Credo che i bambini siano naturalmente creativi e desiderosi di imparare. 

Voglio mostrare loro che imparare è davvero affascinante e divertente

 

Pinterest

 

Il piccolo bruco mai sazio

 

Nato da un piccolissimo ovetto, il piccolo bruco, è tremendamente affamato! Inizia così a cercare del cibo. Mangia prima una mela, poi due pere, tre prugne, quattro fragole, cinque arance.. ma non è ancora sazio!
La fame non sembra voler passare nemmeno dopo aver mangiato un dolce, un gelato e varie altre cibarie scovate lungo il percorso.
Però, che mal di pancia!
Il Bruco Maisazio, ormai diventato grande grande, ha proprio esagerato! Per fortuna ci pensa una bella foglia verde a placare la fame…
Ora che ha finito di mangiare, il piccolo bruco può dedicarsi al suo bozzolo: è tempo di diventare una bellissima farfalla.

 

 

L’ippocampo, un papà speciale

 

Quasi sempre, nelle famiglie dei pesci, dopo che la madre ha deposto le uova e il padre le ha fecondate, succede che vengano abbandonate a se stesse. Ci sono delle eccezioni, però. Come l’ippocampo, o cavalluccio marino.

In questo caso non solo le uova non vengono abbandonate e uno dei due genitori le accudisce, ma – sorpresa – quel genitore è il papà!

Un libro che ci racconta quanto i papà siano importanti per la famiglia, e come la loro presenza e il loro aiuto sia quasi vitale per far crescere i piccoli fin da quando sono uova.
Un libro dalle grandi dimensioni con immagini dai colori vividi ed arricchito da alcune pagine semi trasparenti che permettono di giocare-leggendo.
Un libro che sorprende, che piace ai papà e che diverte anche i bimbi.

 

 

Il piccolo ragno tesse e tace

 

Una mattina, al sorgere del sole, trasportato dal vento, un piccolo ragno finisce tra i pali di un recinto. Filo dopo filo, lentamente, il ragno comincia a tessere la sua ragnatela.
Uno alla volta però arrivano gli animali della fattoria, che cercano di distrarlo dal suo lavoro.
Il cavallo, la mucca, la pecora, la capra… uno dopo l’altro, tutti gli animali cercano di convincere il ragno ad andare a divertirsi con loro. E lui cosa risponde loro? Niente! Lui tesse e tace.
A un certo punto la ragnatela ormai conclusa imprigiona una mosca: è lo squisito pranzo del ragno, che  finalmente può riposare,  beato e a pancia piena.
I colori vivaci di questo racconto catturano l’attenzione del bambino, e la ripetitività della storia ne favorisce il pieno coinvolgimento.
Già tra i 2 e i 3 anni i bambini ne resteranno completamente incantati!

 

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Vuoi essere mio amico?

 

Vuoi essere mio amico?” chiede Topina ai vari animali che incontra.

Ma né il cavallo, né il coccodrillo, né il leone, né altri sembrano volerlo…

Ma ecco che arriva un topolino dagli occhi azzurri… lui si dimostrerà un vero amico!

Un tenero libro sull’amicizia, che conquista per la sua grande musicalità.

 

 

Il piccolo seme

 

Un piccolo seme, in autunno, viene trasportato lontano dal vento in compagnia di tanti altri. In realtà lui è più piccolo degli altri, ma proprio questa caratteristica ne fa un seme forte, che resiste alle difficoltà e che arriva a far spuntare un fiore grandissimo, alto e bello.

Ma ecco che torna l’autunno e tutto ricomincia…

Un albo da leggere e rileggere ed anche da utilizzare per parlare del ciclo delle stagioni, delle piante, della crescita…

 

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Una casa per il paguro Bernardo

 

Il paguro Bernardo è cresciuto e deve cambiare la sua casa-conchiglia con una più grande. Ma per renderla bella come la sua vecchia casa avrà bisogno dell’aiuto di tanti nuovi amici: un anemone, un corallo, una stella marina, un riccio, una chiocciola di mare e persino un pesce lanterna.

Un viaggio nelle profondità del mare per scoprire che i cambiamenti, anche se fanno un po’ paura, possono essere avventure meravigliose.

 

 

In conclusione

 

I libri di Eric Carle sono dei capolavori che non possono mancare nelle librerie dei più piccoli.

Narrazioni semplici ma piene di importanti nozioni sulla natura, il tempo, i numeri, le emozioni e, più in generale, la vita.

Non mi resta che augurarvi buona lettura!

 

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Lasciamoli sbagliare: l’errore, chiave per la crescita

 

 

Gianni Rodari diceva che “gli errori sono necessari, utili come il pane e spesso anche belli“.

Se guardiamo alla nostra società, però, questo messaggio sembra essere stato dimenticato. Vi sono pressioni continue alla perfezione e alla competizione.

L’errore, il fallimento, sono considerati degli scheletri da occultare nell’armadio, una debolezza da nascondere.

Ma davvero è questo il messaggio che vogliamo comunicare ai nostri bambini?

Vogliamo davvero spingerli esasperatamente verso una perfezione che, in fondo, sappiamo bene non esistere? Continua a leggere

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Metodo Montessori: una educazione per la pace

 

 

Nella Giornata internazionale della Pace, non può di certo mancare un riferimento all’opera di Maria Montessori.

Divenuta famosa per il suo impegno nell’educazione, la Dottoressa ha dedicato però anche grandissima attenzione a temi quali la questione delle donne, il voto politico per le stesse, le condizioni di svantaggio sociale delle classi più deboli, il problema dell’educazione dei bambini con deficit cognitivi e non.

La Pace e le vie per costruirla sono state sempre elemento costituivo della sua riflessione e fu proprio attraverso il suo lavoro con i bambini che ella arrivò alla soluzione: l’educazione è l’arma della Pace. Continua a leggere

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I “capricci”? Espressione di un bisogno!

 

Wannabemum.com

 

“Piantala di fare i capricci!”

 

Quante volte l’abbiamo sentito? E quante volte, noi stessi, l’abbiamo detto?

Ebbene, Maria Montessori non aveva alcun dubbio in merito: i capricci non esistono.

Almeno, non nel senso in cui comunemente essi vengono intesi.

Basta leggere alcune pagine de Il segreto dell’infanzia o de La mente del bambino per capire che anche le più apparentemente inutili “scenate” nascondono un malessere, o meglio, come diceva la Montessori, un bisogno insoddisfatto.

Gli attacchi d’ira del bambino, le sue lacrime, non sono, quindi, immotivate. C’è una ragione che cova sotto le ceneri. Il vero problema è che noi non la comprendiamo.

Dovremmo quindi sforzarci di modificare il nostro sguardo, smettendo di considerare i capricci comportamenti sgradevoli ed inadeguati, e piuttosto guardare loro come un tentativo di comunicazione (per quanto poco efficace).

Mettiamoci nei panni del nostro bambino di due anni. I terrible two, li chiamano, “l’epoca dei capricci” per eccellenza.

Ma a cosa sono dovute queste manifestazioni?

Il primo passo per gestire adeguatamente un “capriccio” è capire che tale atteggiamento non è una sfida che il bambino rivolge al genitore, ma una componente normale e sana della crescita infantile.

Tra i 18 e i 36 mesi il bambino vive una forte spinta all’autonomia: egli è tutto orientato ad affermare se stesso come essere a sé, diverso dal genitore, con cui fino a poco tempo prima era stato un tutt’uno. Inizia così la fase del negativismo, o fase dei no.

Ma questo è anche il periodo in cui il bambino inizia a compiere nel mondo esperienze sempre più complesse, cui si associano sempre più complesse emozioni e stati d’animo, che non sempre egli è in grado di controllare.

La percezione del mondo che il bambino ha chiaramente non è la stessa che ha l’adulto. Cose per noi apparentemente prive di significato (portare a termine un gioco prima di uscire, svolgere una routine secondo un dato ordine…) per lui possono essere invece di importanza vitale e provocare un intenso sconvolgimento emotivo, con conseguenti crisi di rabbia, strilli e rifiuti.

A mancare, poi, è spesso una adeguata competenza linguistica, che potrebbe aiutarlo ad esprimere il proprio disagio secondo forme comunicative più accettabili di urla e calci.

Solo mutando il nostro sguardo saremo in grado di assumere un atteggiamento di accoglienza e aiutare il bambino ad acquisire le competenze necessarie per superare le difficoltà sottostanti il “capriccio” (gestire le proprie emozioni, capacità di tollerare la frustrazione…).

Quello che abbiamo di fronte è un bambino che ha semplicemente, umanamente, perso il controllo e le cui emozioni (collera, frustrazione, delusione…) hanno preso il sopravvento.

Ma mentre nel caso di un adulto tendenzialmente tale condizione è legittimata (a chi non è capitato di perdere il controllo?) nel caso del bambino ciò non è minimamente tollerato.

L’adulto pretende che il bambino, per quanto piccolo, sia in grado di “ricomporsi”, di ritrovare magicamente l’equilibrio.

E laddove ciò non accade, parte il giudizio: “Sei proprio un monello“, “Sei un capriccioso! Devi imparare a darti una regolata!

 

Come comportarsi?

 

Il consiglio montessoriano che preferisco è quello di parlare ai vostri bambini, verbalizzare il loro bisogno e, nei limiti del possibile, trovare una soluzione insieme.

Quando il bambino è nel pieno di una crisi emotiva, a poco servirà imporgli di calmarsi, come anche tentare di parlargli. Sarebbe come gettare benzina sul fuoco.

Si, è difficile. Nessuno vuole dire il contrario. Ma l’adulto deve essere in grado di fare un bel respiro e mantenere la calma.

 

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Avvicinatevi, cercate il suo sguardo (solo se davvero in crisi, tentate anche un contenimento fisico abbracciandolo) e attendete che si stabilisca un contatto. Quando il bambino vi sembra ricettivo riportategli, con voce calma e con un tono basso, il suo comportamento in maniera oggettiva (senza giudizio!) e cercate di verbalizzare l’esigenza che vi sembra celata dietro (cosicché egli possa veder legittimato il suo sentire, pur nella non accoglienza della richiesta). Se possibile, potrete quindi proporgli un’alternativa ragionevole in grado di soddisfare il suo bisogno.

Ad esempio:

 

Sei triste perché avresti tanto voluto quel gioco, vero? Lo avresti tanto voluto e ora sei arrabbiato perché non è stato possibile comprarlo. Ti capisco. Se vuoi, però, possiamo fare un’altra cosa, ad esempio X

 

Altro consiglio che mi sento di fornire è quello di prevenire, prevenire sempre.

Chi meglio di un genitore può sapere quale momento della crescita sta attraversando il proprio bambino e quali sono le necessità ad esso connesse?

Se sappiamo, ad esempio, che il nostro bambino sta attraversando un momento di irresistibile interesse per il movimento (per cui si arrampica dappertutto) possiamo prevenire problemi evitando di porlo in situazioni in cui vi sarebbe un richiamo all’attività tale da provocare una frustrazione incontenibile in caso di rifiuto.

Il sistema nervoso del bambino è, in questa età, ancora in pieno sviluppo. Tollerare la frustrazione non è semplice, ma è una capacità (così come la gestione delle emozioni) che può essere allenata pian piano.

Solo, però, se dall’altra parte c’è un adulto in grado di offrire un modello di competenza, che sia in grado (laddove necessario) di porre i giusti limiti ma anche di accogliere i legittimi bisogni con amore e rispetto.

Vorrei concludere con alcune parole di Maria Montessori:

 

Di fronte all’adulto il bambino è disposto all’obbedienza fino alle radici dello spirito.

Ma quando l’adulto gli chiede che egli rinunci, in favor suo, al comando del motore che sospinge la creatura secondo norme e leggi inalterabili, il bambino non può obbedire. Sarebbe come pretendere di fargli interrompere lo spuntare dei denti nel periodo della dentizione.

I capricci e le disobbedienza dei bambini non sono altro che aspetti di un conflitto vitale fra l’impulso creatore e l’amore verso l’adulto, il quale non lo comprende.

Quando, invece di trovare obbedienza, insorge un capriccio, l’adulto deve pensare sempre a cotesto conflitto e individuarvi la difesa di un gesto vitale necessario allo sviluppo del bambino”

 

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