Perché non dovremmo obbligare i bambini a condividere

Perché non dovremmo obbligare i bambini a condividere

 

Facci giocare anche lui, non vedi che piange?

Non fare l’egoista, fai giocare anche la bambina!

 

A casa, in asilo, al parco, quante volte abbiamo detto o sentito frasi del genere?

A dettarle è la convinzione, non priva di buone intenzioni, che sia giusto insegnare ai bambini a condividere ciò che si possiede. In fondo, tutti vorrebbero crescere bambini generosi, sensibili alle necessità altrui e gentili, giusto?

Ma siamo proprio sicuri di agire nel modo corretto?

Imparare a condividere è senza dubbio un ottimo insegnamento per il bambino, ma si tratta di qualcosa che deve essere trasmesso con logica, quando il bambino è pronto e nelle opportune circostanze.

Quel che spesso accade, invece, è che l’adulto, nel fervore della situazione, per non sfigurare di fronte ad altri e non perdere il controllo della situazione, finisce per imporre seccamente la condivisione: “Tu ci puoi giocare sempre, dallo a lei!“, e di fronte ad eventuali reazioni del bambino insiste con una certa rigidità, senza soffermarsi ad offrire ragionate spiegazioni.

L’importante è non costringere il nostro bambino a condividere, ma piuttosto insegnargli come farlo.

 

Guiainfantil

 

Innanzitutto chiediamo al nostro bambino se desidera prestare il suo gioco, e se lui decide di non farlo rispettiamo la sua decisione, anche se questo significa sopportare gli sguardi di biasimo degli altri adulti.

Potremmo poi approfittare di una situazione in cui è lui a volere un gioco di un altro bambino per parlargli e fargli comprendere i vantaggi della condivisione.

Di non minore importanza, poi, risulta l’essere noi stessi un esempio. Dobbiamo far sì che il bambino possa osservare da parte nostra la generosità verso gli altri, in modo che possa poi replicare il nostro comportamento. Mostriamoci quindi attenti verso i bisogni altrui e pratichiamo noi stessi la condivisione.

Nelle scuole montessoriane possiamo trovare un buon esempio di equilibrio tra condivisione e rispetto dell’attività individuale.

All’interno delle scuole solitamente esiste un solo esemplare per ogni materiale, che è quindi in condivisione tra i bambini. Nel momento in cui quel materiale diventa l’oggetto del lavoro di un bambino, tutti gli altri dovranno attendere che egli avrà finito prima di poterne fare utilizzo.

In questo modo non si genera competizione, né tensione. Il bambino sa che il suo diritto al lavoro è salvaguardato e che non deve temere che il materiale gli sia sottratto in maniera arbitraria da un momento all’altro.

 

Naranxadul

 

Una volta che il suo desiderio di attività si sarà esaurito sarà lui stesso, sulla base di una propria decisione, a lasciare il materiale a disposizione di un altro bambino e ciò genererà anche la gratificazione derivante dal fare felice l’altro, che dopo l’attesa potrà finalmente dedicarsi all’attività agognata.

Questo tipo di approccio presenta diversi vantaggi: i bambini lavorano con maggiore calma e sicurezza, inoltre apprendono con il tempo a controllare i propri impulsi, sviluppando la pazienza, la concentrazione e il rispetto per l’altro.

 

In conclusione

 

Un atto di condivisione nato dalla costrizione genera solo risentimento, confusione e ribellione.

Obbligando il nostro bambino a farlo rischiamo inoltre di trasmettergli un messaggio pericoloso: è possibile ottenere qualcosa semplicemente perché lo si vuole, anche se questo significa passare sull’altro e sui suoi bisogni.

Dovremmo invece trasmettergli il messaggio che condividere è bello ed è espressione di generosità, ma che altrettanto importante è rispettare le esigenze e le attività individuali.

Nel momento in cui quindi, un bambino si avventa su un altro per sottrargli l’attività, il ruolo dell’adulto dovrà consistere primariamente nel ristabilire i confini e tutelare il lavoro svolto dal bambino.

Facciamo un esempio. Una bambina osserva un’altra che gioca con la torre rosa e cerca di sottrarle un cubo. I

n questo caso l’adulto dovrebbe verbalizzare il desiderio di possesso, per farlo comprendere anche al bambino ‘ostacolato’: “Giulia, capisco che vorresti tanto utilizzare la torre rosa, ma adesso la sta utilizzando Sara. Puoi guardare come la usa lei oppure fare un altro lavoro. Quando Sara avrà finito potrai usarla tu.

In genere, quando l’adulto interviene per tutelare la sua attività, il bambino ‘ostacolato’ si sente più sicuro e, comprendendo meglio la ragione del comportamento del coetaneo, è più preposto a condividere l’oggetto della iniziale contesa.

I bambini presentano per natura una vena altruistica, così come una giusta e sana dose di egoismo (che ha funzioni di difesa, protettive).

La capacità di condividere, che è una abilità sociale complessa, richiede per essere sviluppata tempo e pratica. Non è qualcosa che si ottiene dalla mattina alla sera, è un processo.

 

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