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Ci dispiace, ma non è “Montessori”!

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Janusz Korczak e il diritto del bambino al rispetto

Janusz Korczak e il diritto del bambino al rispetto

Non parlavo ai bambini, ma con i bambini, non dicevo loro ciò che volevo che fossero,

ma ciò che volevano e potevano essere

 

La prima volta che sentii parlare di Janusz Korczak fu un paio di anni fa. Mi imbattei per caso proprio in questa sua frase e decisi di scoprire di più sul suo conto.

Rimasi subito profondamente affascinata da quest’uomo e dalla sua commovente sensibilità verso il bambino, dal suo amore talmente profondo da portarlo ad affrontare a testa alta un destino terribile quanto evitabile.

Oggi, anniversario della sua nascita, vorrei raccontarvi qualcosa della sua storia, una vita ed un’opera che meritano di essere conosciute ai più e che dovrebbero trovare un posto d’onore nei testi di storia e di educazione. Perché Korczak non ha lasciato solo un eccezionale bagaglio di conoscenze sull’infanzia e sul bambino, ma anche una straordinaria testimonianza di amore e sacrificio, di generosità e vocazione. Un grande modello di vita, soprattutto in tempi in cui la chiusura e l’individualismo spinto rischiano pericolosamente di prendere sempre più piede.

 

Chi era Janus Korczak

 

Henryk Goldszmit era il suo vero nome. Egli nasce a Varsavia il 22 luglio 1878 in una famiglia ebrea benestante. La sua adolescenza fu piuttosto turbolenta. La condizione della sua famiglia infatti peggiorò notevolmente con la morte del padre. Per sostenere la madre, ancora studente Korczak iniziò a lavorare dando lezioni private.

Sul finire dell’Ottocento decise di intraprendere gli studi di medicina. Fu in quegli stessi anni che cominciò ad occuparsi anche di pedagogia. Trascorse infatti un periodo a Zurigo, dove conobbe l’opera di Heinrich Pestalozzi (1746-1827), importante educatore e riformatore svizzero che dedicò gran parte della propria vita all’educazione di bambini svantaggiati provenienti dalle classi popolari.

Dopo diversi anni di lavoro come medico, molto del quale in via gratuita e rivolto ai più bisognosi, nel 1912 Korczak apre con la sua assistente, l’educatrice Stefania Wilczyńska, la Casa degli Orfani di Varsavia.

 

Una Casa per gli orfani

 

Fu nell’orfanotrofio in via Krochmalna, 92 che le sue idee pedagogiche del tutto innovative poterono iniziare a concretizzarsi pienamente.

Korczak credeva fermamente che l’educazione fosse possibile solo attraverso una partecipazione attiva dei bambini, e così creò all’interno della Casa un Tribunale dei bambini, in cui discutere le dispute, un Parlamento dei bambini, in cui elaborare le regole del vivere comune, e persino un giornale, scritto da e per i bambini.

L’ambiente era bello e curato, con spazi comuni ma anche con attenzione al rispetto dell’individualità. Toccante il racconto di uno degli educatori della Casa, che dopo molti anni ricordava ancora l’emozione di uno dei piccoli orfani e le sue lacrime di gioia nello scoprire che avrebbe avuto un vero letto, solo per lui, in cui poter dormire.

Nella Casa di Korczak vigevano i principi di giustizia, rispetto ed uguaglianza (tanto nei diritti quanto nei doveri) tra adulti e bambini. Non esistevano violenze o punizioni corporali. Ognuno aveva il diritto ad esprimersi e ad essere ascoltato.

Al centro dei suoi sforzi ci fu fin dall’inizio l’interesse a garantire la tutela dei diritti dei bambini, in primis quelli all’amore e al rispetto. Amare e rispettare il bambino significava per lui riconoscerlo, fin dall’inizio, in quanto persona, con una sua sensibilità e bisogni specifici:

 

Un buon educatore, colui che non costringe ma libera, non trascina ma innalza, non comprime ma forma, non impone ma insegna, non esige ma domanda, passerà insieme ai bambini molti momenti esaltanti

 

Una visione assolutamente innovativa per quei tempi. In poco tempo, infatti, il suo lavoro attirò molte attenzioni nel panorama educativo dell’epoca.

 

Verso la fine

 

Nel 1940, a seguito dell’invasione della Polonia da parte della Germania nazista, tutti gli ebrei furono costretti a spostarsi nel ghetto di Varsavia. Nonostante gli sforzi Korczak non riuscì ad evitare che tale provvedimento riguardasse anche i suoi bambini.

Anche nel ghetto egli fece il possibile per proteggerli, tenendoli al sicuro dalle violenze dei soldati nazisti e dei collaborazionisti. Grazie alle sue conoscenze e al mercato nero riuscì a garantire la sopravvivenza dei suoi orfani e molti sono i bambini che continuano ad arrivare. Nel nuovo stabile si cerca di mantenere su il morale e le attività di teatro, di arte e scrittura proseguono.

Giorno dopo giorno però, tra rastrellamenti e deportazioni, si fa sempre più vana la speranza della salvezza.

Korczak ha molte conoscenze illustri e la sua fama gli renderebbe possibile salvarsi. Potrebbe facilmente trovare asilo in un paese neutrale, ma fino all’ultimo si rifiuta categoricamente di lasciare i suoi bambini ad un destino di morte.

Rimane con loro fin alla fine, all’estate del 1942. Tra il 5 e il 6 agosto i bambini e il personale dell’orfanotrofio ebraico del ghetto di Varsavia vengono deportati.

La marcia di Korczak e dei suoi bambini verso il treno per Treblinka è stata descritta come eroica e straziante. Un corteo di duecento bambini ordinati, vestiti bene, e il dottore e Stefania ad accompagnarli. Insieme, fino all’ultimo.

 

Jason Landsel

 

Perché parlare di Korczak

 

La pregnanza e la profondità della sua opera ha avuto ben pochi precedenti. Korczak ha sviluppato, con quasi un secolo di anticipo, concetti riguardanti la psicologia neonatale, le competenze del bambino piccolo, la nascita della coscienza di sé…

Le sue idee e i suoi scritti, in particolare lo straordinario Come amare un bambino, hanno ispirato tra l’altro la Convenzione Internazionale sui diritti dell’infanzia, approvata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite nel 1989.

Un uomo che, fino alla fine, ha saputo restare incredibilmente umano, e che proprio per questo merita di essere sempre ricordato.

Per me una ispirazione, un modello di umanità bella, rara e preziosa.

Soprattutto oggi.

 

Sii te stesso, cerca la tua strada.

Conosci te stesso prima di voler conoscere i bambini.

Renditi conto di quello di cui tu stesso sei capace, prima di iniziare a limitare il campo dei loro diritti e doveri

 

 

 

Vi invito a leggere i suoi scritti, pietre miliari dell’educazione, per la comprensione del bambino di oggi e di quello che anche noi, un tempo, siamo stati.

 

 

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che gli consenta di svilupparsi liberamente”

 

Maria Montessori

 

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“Piantala di fare i capricci!”

 

Quante volte l’abbiamo sentito? E quante volte, noi stessi, l’abbiamo detto?

Ebbene, Maria Montessori non aveva alcun dubbio in merito: i capricci non esistono.

Almeno, non nel senso in cui comunemente essi vengono intesi.

Basta leggere alcune pagine de Il segreto dell’infanzia o de La mente del bambino per capire che anche le più apparentemente inutili “scenate” nascondono un malessere, o meglio, come diceva la Montessori, un bisogno insoddisfatto.

Gli attacchi d’ira del bambino, le sue lacrime, non sono, quindi, immotivate. C’è una ragione che cova sotto le ceneri. Il vero problema è che noi non la comprendiamo.

Dovremmo quindi sforzarci di modificare il nostro sguardo, smettendo di considerare i capricci comportamenti sgradevoli ed inadeguati, e piuttosto guardare loro come un tentativo di comunicazione (per quanto poco efficace).

Mettiamoci nei panni del nostro bambino di due anni. I terrible two, li chiamano, “l’epoca dei capricci” per eccellenza.

Ma a cosa sono dovute queste manifestazioni?

Il primo passo per gestire adeguatamente un “capriccio” è capire che tale atteggiamento non è una sfida che il bambino rivolge al genitore, ma una componente normale e sana della crescita infantile.

Tra i 18 e i 36 mesi il bambino vive una forte spinta all’autonomia: egli è tutto orientato ad affermare se stesso come essere a sé, diverso dal genitore, con cui fino a poco tempo prima era stato un tutt’uno. Inizia così la fase del negativismo, o fase dei no.

Ma questo è anche il periodo in cui il bambino inizia a compiere nel mondo esperienze sempre più complesse, cui si associano sempre più complesse emozioni e stati d’animo, che non sempre egli è in grado di controllare.

La percezione del mondo che il bambino ha chiaramente non è la stessa che ha l’adulto. Cose per noi apparentemente prive di significato (portare a termine un gioco prima di uscire, svolgere una routine secondo un dato ordine…) per lui possono essere invece di importanza vitale e provocare un intenso sconvolgimento emotivo, con conseguenti crisi di rabbia, strilli e rifiuti.

A mancare, poi, è spesso una adeguata competenza linguistica, che potrebbe aiutarlo ad esprimere il proprio disagio secondo forme comunicative più accettabili di urla e calci.

Solo mutando il nostro sguardo saremo in grado di assumere un atteggiamento di accoglienza e aiutare il bambino ad acquisire le competenze necessarie per superare le difficoltà sottostanti il “capriccio” (gestire le proprie emozioni, capacità di tollerare la frustrazione…).

Quello che abbiamo di fronte è un bambino che ha semplicemente, umanamente, perso il controllo e le cui emozioni (collera, frustrazione, delusione…) hanno preso il sopravvento.

Ma mentre nel caso di un adulto tendenzialmente tale condizione è legittimata (a chi non è capitato di perdere il controllo?) nel caso del bambino ciò non è minimamente tollerato.

L’adulto pretende che il bambino, per quanto piccolo, sia in grado di “ricomporsi”, di ritrovare magicamente l’equilibrio.

E laddove ciò non accade, parte il giudizio: “Sei proprio un monello“, “Sei un capriccioso! Devi imparare a darti una regolata!

 

Come comportarsi?

 

Il consiglio montessoriano che preferisco è quello di parlare ai vostri bambini, verbalizzare il loro bisogno e, nei limiti del possibile, trovare una soluzione insieme.

Quando il bambino è nel pieno di una crisi emotiva, a poco servirà imporgli di calmarsi, come anche tentare di parlargli. Sarebbe come gettare benzina sul fuoco.

Si, è difficile. Nessuno vuole dire il contrario. Ma l’adulto deve essere in grado di fare un bel respiro e mantenere la calma.

 

laprensagrafica.com

 

Avvicinatevi, cercate il suo sguardo (solo se davvero in crisi, tentate anche un contenimento fisico abbracciandolo) e attendete che si stabilisca un contatto. Quando il bambino vi sembra ricettivo riportategli, con voce calma e con un tono basso, il suo comportamento in maniera oggettiva (senza giudizio!) e cercate di verbalizzare l’esigenza che vi sembra celata dietro (cosicché egli possa veder legittimato il suo sentire, pur nella non accoglienza della richiesta). Se possibile, potrete quindi proporgli un’alternativa ragionevole in grado di soddisfare il suo bisogno.

Ad esempio:

 

Sei triste perché avresti tanto voluto quel gioco, vero? Lo avresti tanto voluto e ora sei arrabbiato perché non è stato possibile comprarlo. Ti capisco. Se vuoi, però, possiamo fare un’altra cosa, ad esempio X

 

Altro consiglio che mi sento di fornire è quello di prevenire, prevenire sempre.

Chi meglio di un genitore può sapere quale momento della crescita sta attraversando il proprio bambino e quali sono le necessità ad esso connesse?

Se sappiamo, ad esempio, che il nostro bambino sta attraversando un momento di irresistibile interesse per il movimento (per cui si arrampica dappertutto) possiamo prevenire problemi evitando di porlo in situazioni in cui vi sarebbe un richiamo all’attività tale da provocare una frustrazione incontenibile in caso di rifiuto.

Il sistema nervoso del bambino è, in questa età, ancora in pieno sviluppo. Tollerare la frustrazione non è semplice, ma è una capacità (così come la gestione delle emozioni) che può essere allenata pian piano.

Solo, però, se dall’altra parte c’è un adulto in grado di offrire un modello di competenza, che sia in grado (laddove necessario) di porre i giusti limiti ma anche di accogliere i legittimi bisogni con amore e rispetto.

Vorrei concludere con alcune parole di Maria Montessori:

 

Di fronte all’adulto il bambino è disposto all’obbedienza fino alle radici dello spirito.

Ma quando l’adulto gli chiede che egli rinunci, in favor suo, al comando del motore che sospinge la creatura secondo norme e leggi inalterabili, il bambino non può obbedire. Sarebbe come pretendere di fargli interrompere lo spuntare dei denti nel periodo della dentizione.

I capricci e le disobbedienza dei bambini non sono altro che aspetti di un conflitto vitale fra l’impulso creatore e l’amore verso l’adulto, il quale non lo comprende.

Quando, invece di trovare obbedienza, insorge un capriccio, l’adulto deve pensare sempre a cotesto conflitto e individuarvi la difesa di un gesto vitale necessario allo sviluppo del bambino”

 

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La cucitura – La proposta montessoriana per  imparare ad utilizzare ago e filo  sin da piccoli

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  Maria Montessori ci ha lasciato un insegnamento prezioso: il movimento è essenziale alla vita. Per questo il bambino ne è irresistibilmente attratto e, per questo, la sua educazione non può prescindere dall’educazione dei movimenti. Tutte le attività di vita pratica (dalla cura dell’ambiente alla